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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


9 luglio 2014

Il generale

Scrive Francesco Bei che le critiche all’Italicum che arrivano a Renzi dalla sinistra del PD quasi lo galvanizzano. E che adesso partirà la controffensiva contro i ‘frenatori’, che diventeranno così i ‘sabotatori’ non delle ‘riforme’ ma dell’Italia tout court. Al telefono, pare che il premier abbia stretto ancor più il ‘patto’ con Berlusconi (l’altro ‘patto’ è quello con la Merkel), assicurandosi il fronte sul lato di Forza Italia. Ora Renzi farà scattare il fronte interno, chiamando a raccolta il partito contro gli oppositori. La manovra è sempre la stessa, la maggioranza renziana del PD che chiede ai parlamentari sostanzialmente di chinare il capo. Una ‘mossa’ che alle prossime politiche non sarà più necessaria visto che, nella testa del premier, maggioranza interna e parlamentare coincideranno in modo martellante. D’altronde, il ‘patto’ con la Merkel (riforme in cambio di flessibilità) regge solo se regge il ‘patto’ con Berlusconi e se il PD risponde come un sol uomo al suo segretario-premier e ai ‘patti’ che stipula, senza più frenator-sabotatori a rompere le uova nel paniere.

Raccontata così dà non dà l’impressione di una manovra politica, piuttosto di una manovra di campo (‘campo’ d’altronde è un termine che sta divenendo molto renziano). Manovra di campo in senso bellico. Non c’è nulla della mediazione politica, né del vicendevole ascolto, tanto meno della trattativa in cui reciprocamente ci si legittima in vista di un obiettivo comune. No. No davvero. Il linguaggio, la fenomenologia, gli atteggiamenti, gli stili, le ‘pose’ sono quelle del generale, degli stati maggiori, degli ufficiali di complemento e dei soldatini che marciano nel fango sotto le granate. E poi ci sono i sabotatori, i disfattisti, quelli che non vogliono il bene dell’Italia. E poi, ancora, la vecchia guardia accusata di sabotaggio, la palude in cui si rischia di restare impantanati, i patti (meglio se col nemico), la rete diplomatica e le grandi alleanze, il fronte che si muove, si spacca, arretra o avanza. L’Aula come metafora della grande pianura dove gli eserciti si affrontano. La tenda dove i generali elaborano strategie. Le ripicche, le stilettate, i colpi bassi, la rottamazione, la gloria, la macchina del fango, il petto in avanti, i grandi discorsi alle truppe, la fortuna che arride agli audaci.

Questa è la grande novità renziana. Trasformare l’aspetto dialettico della politica in mera tenzone. Il dialogo politico in una rete di ‘patti’ e di accordi. Rendere l’anima della politica un’anima bellica. Pensare al bene comune come al frutto di una ‘vittoria’ bellico-mediatica. Chiamare a raccolta i fedelissimi dragoni contro gli infedeli, i congiuratori, i sobillatori, i disfattisti. Che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, era noto da tempo. Ma non voleva dire che alla politica si dovesse sostituire la guerra! Al contrario. La celebre formula significa che la guerra è guerra, ma che è sempre la politica a dettare i tempi: PROSECUZIONE della politica! Churchill, insomma. Non che al sopraggiungere della guerra la politica (l’intelligenza diplomatica della politica, la sua razionalità discorsiva) debba cadere in un silenzio ostinato e assistere inerte allo scempio. Oggi pare di essere dinanzi a un tavolo dove il generale indica una mappa piena di bandierine, i fedelissimi ascoltano, e tutto il resto deve essere silenzio.

Si sa che fu il generale inverno a battere Napoleone, ossia i tempi lunghi, dilatati, le naturali fasi della politica, come un destino che batte alle porte. Si sa pure che la politica non è soltanto ‘manovra’ o ‘rapporti di forza’. E che due dei più grandi politici di questi ultimi quaranta anni (Moro e Berlinguer) erano tutto meno che coatti baldanzosi pronti a fare il grugno davanti al ‘sabotatore’ eventuale. Se tutto questo non fosse chiaro, allora è possibile che le cose si complichino e i tempi si allunghino un po’ troppo, e prima o poi cali il gelo. Diverso sarebbe se oltre all’arte dell’eloquio il premier conoscesse anche quella dell’ascolto e della temperanza. La migliore parola possibile non è quella che fuoriesce dalla bocca, ma quella che entra nell’orecchio. Soprattutto se si tratta di cambiare le basi costituzionali del Paese.


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19 febbraio 2013

Protesta e proposta

C’è una bella differenza tra la protesta e la proposta, tra il puro malcontento e il progetto, tra la pancia che duole e il governo effettivo di un Paese come l’Italia. A me questa differenza l’ha insegnata il PCI. C’era già allora chi preferiva le scorciatoie estremistiche e le parole roboanti. A noi ragazzi insegnavano invece che solo dal governo si potevano cambiare le cose. Governo significa responsabilità, progetto, realismo, sogni, ma non campati in aria. Tra i gruppettari, come si chiamavano, c’era (come oggi) chi faceva a spararla più grossa. Taluni, alla fine, hanno purtroppo iniziato a sparare davvero. Ma, tolto ciò, la differenza con ieri è davvero minima, e sta sempre sul crinale della pancia-protesta (da una parte) e del governo-proposta (dall’altra).

 

È ovvio che a un certo ceto politico stare al governo o stare all’opposizione non fa differenza: sempre ceto politico seduto nelle istituzioni rappresentative è. Anzi, dall’opposizione è meglio: la si può buttare in caciara con meno remore. Così oggi. Faccioni, liste ad personam, arroganza mediatica, ghe pensi mi, con la solita gente che aspira al seggio defilata dietro qualche cittadino comune messo in lista così, tanto per gettare polvere. La politica, il governo all’altezza di un grande Paese come l’Italia sono davvero un’altra cosa. È la differenza che c’è tra chi mette i pattini e chi si incarica di guidare un torpedone carico di gente, che in parte non è nemmeno d’accordo con te che manovri il volante. Perché il punto è trovare un margine di unità, un livello accettabile di coesione. Il punto è unificare, parlare a strati ampi di cittadini. Il punto è quello che diceva Berlinguer, creare un’unità popolare profonda, impetuosa, democratica che metta in un angolo i populisti e la destra, e sospinga il governo verso una modernizzazione giusta e verso una diffusione ampia e condivisa dell’equità e dei diritti.

 

Solo così, solo dal governo è possibile cambiare le cose. O almeno adottando una mentalità di governo, pur costretti all’opposizione. Questo è politica. Il resto è cabaret, spettacolo, circo, giustizialismo, populismo mediatico, cazzate sparate al volo, indignazione artefatta, estremismo cieco, sciocchezze onlàin, grida in piazza, vaffa di qua e vaffa di là. Forse è il caso che, a pochi giorni dal voto, si diffonda nel Paese una diversa consapevolezza tra chi pensa che basti mettere su un comitato di base lullero lullero per sbloccare la situazione. Non è così, spiace disilludervi. Adesso il gioco si fa duro: o si vince o si perde, sapevatelo. Il pareggio è una sconfitta. Dicevano i comunisti italiani, decenni fa: non un voto vada perduto. Così oggi.

Nella foto, una piazza piena di proposte!


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8 gennaio 2013

Il fiume carsico

Le intuizioni efficaci, strategiche, di lungo respiro non muoiono mai. Anzi, riemergono al momento opportuno, sospinte da una fase storica favorevole. Una specie di fiume carsico. Così oggi, con la proposta di un patto tra progressisti e moderati. Una cosa che ricorda il compromesso storico berlingueriano, l’idea di un patto forte tra componenti popolari, culturali, indirizzi politici che sappiano garantire un futuro di rinnovamento e coesione nazionale, soprattutto in questa fase di crisi che rischia di polverizzare il Paese in mille rivoli sociali, politici, finanche geografici. Quando una proposta è davvero strategica non muore lì, ma riemerge e prende corpo nel momento di massima difficoltà, come soluzione effettiva, corposa, ineludibile. Alla fine del ventennio delle chiacchiere e del marketing, la politica ritorna in forma grande, potente, come leva capace di muovere davvero il Paese in direzione dell’equità, dello sviluppo giusto, della salvaguardia dei ceti popolari, delle famiglie che ogni giorno sorreggono un welfare sempre più tormentato, dei giovani che cercano una prospettiva diversa dall’individualismo competitivo e delle fughe all’estero. Una proposta che non ingessi il Paese attorno alle ambizioni di un ducetto, ma crei un’occasione collettiva, un senso di solidarietà nazionale, una fiducia verso le nostre possibilità.

 

Una grande massa di popolo contro lo schema ventennale degli individui soli e padroni in casa propria. Un grande lavoro collettivo invece del ‘ghe pensi mi’. Una democrazia viva, partecipata, invece del porcellum e del Parlamento ridotto a cassa di risonanza di un ceto politico smargiasso e prepotente. Una nuova dignità, dopo anni di olgettine. Il pensiero lungo parte da lontano, ha un respiro strategico, è inarrestabile. Riemerge quando deve riemergere. Prenda forma quando si compie la vecchia fase e diventa urgente iniziarne una nuova. Non c’è Berlusconi che tenga, a quel punto. La bellezza della storia, per così dire, è quando tutto sembra saldarsi, e tutto appare quasi naturale: la proposta di un’unità popolare da una parte nel segno dell’equità e dello sviluppo, l’esigenza obiettiva e inderogabile di questa unità dall’altra. Per questa ragione, più che Hollande Bersani mi ricorda Mitterrand. Dalla parte degli ultimi e di chi lavora, ma senza perdere di vista la coesione, lo sviluppo, l’unità nazionale. Questa è la Forza Tranquilla, questa l’Italia Giusta. Non solo un Paese più equo, ma la marcia opportuna per ripartire tutti assieme, come un solo popolo, senza più perdere colpi, in dimensione europea. Berlinguer e Mitterrand assieme, mica male.

 


26 giugno 2012

Progressisti e moderati

 1977 berlinguer moro_jpg

Ci sono tre forze almeno che in Italia possono garantire lo sviluppo di un progetto politico di una certa consistenza futura: PD, UDC, SEL. Le altre, chi più chi meno, talvolta inconsapevolmente, lisciano il pelo all’antipolitica per raggranellare un comodo e cinico consenso, anche se di brevissima prospettiva. Se il male di questo Paese è la debolezza istituzionale, la crisi della rappresentanza, il distacco e la sfiducia verso il personale politico, non è normale e conseguente che si scelga e si dia spazio a chi propone un progetto di ricostruzione e rilancio della democrazia italiana? Non è indispensabile fermare, invece, chi gioca allo sfascio per calcoli personali o di partito? Chi è portatore di una cultura selvaggia e pregiudizialmente antistituzionale? L’auspicabile patto tra progressisti e moderati risponderebbe con efficacia a questo dilemma e avvicinerebbe forze che hanno a cuore la stessa e medesima prospettiva.

È semplice. Si tratta di un ragionamento che sgorga quasi naturale, se è chiaro il contesto scivoloso che la democrazia italiana ha di fronte. I molti berlingueriani dell’ultim’ora, quelli che vorrebbero fare la lezione ai berlingueriani della prima ora, dovrebbero ammettere che si tratta di una prospettiva che viene da lontano, e nonostante ciò perfettamente rispondente ai segni del declino attuale. Certo, per quanto auspicabile, è pure una prospettiva difficile, che verrà aggredita da chi punta allo sfascio, dalle aree borderline, oppure da quei settori del capitalismo italiano che non vogliono regole, per i quali dalla crisi si esce con il far west, il baratro delle disuguaglianze, lo Stato minimo, la riduzione dei diritti ai soli doveri. Grillo e Berlusconi non rimarranno con le mani in mano, siatene certi, così Renzi, che sta usando il PD come cassa si risonanza per una prospettiva tutta personale, che dovrebbe prevedere un fiume di consensi da destra contro il centrosinistra politico.

Nonostante ciò la strada maestra è segnata dai tempi, dalle circostanze, dal contesto storico e politico ove ci muoviamo. È una via difficile, tutta da tracciare, rispetto alla quale spero che Vendola abbia il buon senso di porsi positivamente. Lui viene da una tradizione politica che non ha mai arruffato il pelo e scatenato ribellismi o vene protestatarie, che ha sempre portato le istituzioni nel palmo di una mano, che ha sempre concesso risorse umane e culturali a sostegno della democrazia. Se questo asse politico si salderà, anche solo dialetticamente, il più sarà fatto, e i prossimi cinque anni (in caso di vittoria elettorale) saranno anche difficili, anche contrastati da forze chiare e oscure, ma certamente esaltanti per lo sforzo collettivo che verrà impegnato nella ricostruzione e nella rinascita dell’Italia e dell’Europa. Al contrario, non oso nemmeno pensare agli Attila che assalteranno il Parlamento lasciando dietro di sé solo macerie e, forse, una prospettiva autoritaria e disgregante con la quale fare i conti nelle piazze, in Parlamento e nel Paese.


9 maggio 2012

Progressisti e moderati

Siccome il mondo politico-giornalistico è strapieno di quelli che chiedono al PD di scegliere, di dire che cosa vuole fare, ecc.. Io dico che costoro o sono sordi, o non capiscono, o ci fanno. Propenderei in linea di massima per la terza che ho detto. Bersani e D’Alema (solo per dirne due) ripetono instancabilmente da mesi che all’Italia servirebbe un alleanza di progressisti e moderati, nonché una riforma elettorale e istituzionale che rilanci la politica e il ruolo del Parlamento, invece di deperirlo. Ovviamente si fanno orecchie da mercante e ci limita a tirare il PD per la giacchetta o accusarlo di immobilismo o indecisionismo. Ecco il senso delle varie foto a cui si appellano un po’ tutti.

I recentissimi risultati elettorali hanno chiarito che SEL e IDV, da soli, al massimo promuovono candidati alle primarie di coalizione cercando di battere quello designato dal PD. Per il resto godono di una ristretta manciata di punti elettorali. L’UDC di Casini, per ammissione del Capo, ha visto morire il progetto Terzo Polo e oggi si accinge all’ennesima avventura del Partito della Nazione. Forse dovrebbe ammettere che le rendite di posizione centriste funzionano in un sistema politico strutturato, non sulle macerie dell'attuale. E allora, ci vuole molto a capire che un asse tra queste forze, nel rispetto reciproco, produrrebbe una prospettiva per il Paese che oggi manca? Un’alternativa possibile? Un bel compromesso storico a là Berlinguer, che rimetterebbe al mondo le istituzioni e riaprirebbe le porte a un po’ di speranza?

Anche perché, ha ragione Ciliberto oggi su l’Unità, i calcoli politici e la politologia non bastano a dare conto delle crisi attuale e dei risultati elettorali. Al fondo c’è una abnorme questione sociale che attende risposte serie. Un’alleanza di moderati e progressisti come indica il PD sarebbe il realistico punto di riferimento che oggi manca, ben più di un fronte della sinistra per quanto combattivo. Anche perché ignorare l’apporto delle forze moderate, vorrebbe dire regalarle di fatto al fronte avversario, così, gratuitamente, solo perché a noi piace la purezza della nostra proposta politica. Si badi. Le alleanze non sono un optional in politica, ma un cardine del sistema. Guai a ignorarlo.


5 aprile 2012

Il candidato

 Pierluigi Bersani

Non capisco certi liberal del PD, e certi opinionisti nazionali. Bersani sarebbe per loro un leader grigio, poco ‘spendibile’. Servirebbe piuttosto un Papa straniero, un ‘tecnico’, e un partito che fosse più leggero, etereo, mediatico, una semplice barchetta per sostenere quel medesimo Papa nel breve lasso di una campagna elettorale. E poi da incartare e riporre giù in cantina, tra le vecchie carabattole. Il leader, solo il leader conta, e il partito dovrebbe essere una pura cornice attorno alla sua gagliarda figura.

Ma Westen ha scritto nel 2007 (La mente politica, Il Saggiatore) che la ‘percezione del partito è il primo fattore che influenza la percezione del candidato’. Capite? Non il candidato in sé, non la sua specchiata solitudine mediale, ma il partito che lui rappresenta è ‘il primo fattore’-guida per gli elettori. Altro che la totale personalizzazione della politica. E poi, si fa un gran parlare della sfera emozionale, della capacità del candidato di toccare la corda sentimentale, di esprimere valori, identità, ideologia, di avere una propria ‘storia’ da raccontare. Ebbene se anche fosse così, se anche avessero ragione appieno i consulenti americani che hanno lavorato per Clinton, Bush, Obama, ditemi voi se il candidato giusto non sarebbe, in tal caso, proprio Bersani, con il partito solido, strutturato, espressione di valori e idee che lui ha proposto in controtendenza al PD loftist di Veltroni.

Bersani sarebbe un ottimo candidato premier per la capacità che ha di lavorare sulle cose, sui programmi, sulla realtà sociale (è il caso ultimo della riforma del lavoro e dell’articolo 18). Ma lo sarebbe pure sotto il profilo squisitamente comunicativo. È un leader ‘caldo’, emozionale, che sa parlare direttamente alle persone con un linguaggio rude e razionale assieme. È uno che sa ‘narrare’ valori e identità, che non presenta cifre-numeri-tabelle, ma espone il nocciolo delle cose in termini comprensibili, e sa ‘caricare’ emotivamente animo e mente. È un leader che non ritiene il ‘partito’ una cornice elettorale usa e getta, ma un luogo permanente di dibattito, partecipazione, democrazia.

Se è vero che “potremmo eleggere uno qualunque degli attori di Hollywood, a condizione che abbia una storia da raccontare: una storia che dica alla gente che cos’è il paese e come lo vede” (James Carville), tanto più, ciò vale nel caso di Bersani. Il segretario PD non è solo un esperto, un competente, un uomo politico di lungo corso che conosce il proprio lavoro, ma è pure un leader che ha una narrazione coerente da proporre, quella della tradizione da cui proviene, quella del lavoro, della gente umile, della sobrietà quotidiana, della popolarità, della serietà, dell’Emilia rossa, del movimento dei lavoratori. Una storia che si sprigiona virtuosa da una personalità vera, non da un attore; da un’umanità concreta, non da un guitto, non da un candidato ‘accroccato’ alla bene e meglio. Fatemelo dire: Bersani è uno che batte senz’altro Veltroni anche sul piano della comunicazione calda. È più vero ed efficace di Walter. Secondo me non c'è proprio partita. 

Detto ciò, conosco solo un altro uomo politico che sapeva incarnare e incrociare così bene una storia vera da raccontare, assieme a una solida e comprovata competenza politica: Enrico Berlinguer. Entrambi (Berlinguer e Bersani) con un partito strutturato attorno, un considerevole segmento sociale alle spalle e una personalità rispettabile dentro. Mi chiedo a cosa serva dunque invocare un Papa straniero, quando hai la fortuna di avere un Bersani sui blocchi di partenza. Me lo chiedo perplesso, ma me lo posso senz’altro immaginare.

Nella foto, ti ricorda qualcuno?


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27 settembre 2011

Compromesso storico

 

Se il PD adesso non fa harakiri (magari aprendo una sciocca guerra sulle primarie, oppure facendosi ammaliare dalla suggestione bettiniana di un nuovo soggetto politico, l’ennesima ‘Cosa’) può darsi che si metta finalmente bene. La mazzata della Chiesa su Berlusconi appare il colpo finale o quasi al suo sistema di potere. Il PDL appare allo sbando e il centrodestra è totalmente da ricostruire, per ammissione degli stessi centrodestristi. Il timore del suicidio politico scaturisce dall’esperienza di questi anni. La sinistra tafazzista non è mai morta, anzi cova sotto le ceneri. È come se, a partita in corso e con la palla che rimbalza sulla linea di porta, ci mettessimo a fare la conta per chi debba calciare in rete! Date un calcio a quel pallone, provateci almeno, e basta così!

Con la leadership di Bersani il Pd ha smesso di sbandare e di correre dietro alla politica ‘leggera’, quella di carta velina. Si è tornati all’idea dell’impresa collettiva. I sondaggi non sono male, peraltro, e il partito democratico è il perno necessario di ogni alternativa a Berlusconi. È ovviamente il momento sbagliato per fare ‘movimentismo’, o meglio è il momento giusto per chi vorrebbe sfasciare allegramente tutto. Quel che serve in realtà è una svolta politica, un accordo tra progressisti e moderati, una specie di compromesso storico che parta dalla drammaticità della crisi, dalla profondità dei rischi per il nostro paese e per l’Europa, dal bisogno di schierare partiti e forze sociali in una battaglia giusta, di rinascita e di salvezza nazionale. Una fase di incontro e collaborazione, piuttosto che una sanguinosa campagna elettorale anticipata, che allargherebbe i fossati invece di gettare ponti, che minaccerebbe la coesione sociale invece che ricomporre il baratro crescente tra ceti ricchi e ceti disagiati. Una fase di unità, ovviamente, senza Berlusconi e senza i berlusconiani e che dia un taglio nettissimo con il passato.

Ripenso a Berlinguer e alle sue parole-chiave, che oggi andrebbero tradotte, ricalibrate, ma che suggeriscono la strada dell’unità e della collaborazione nazionale, piuttosto che un clima di atroce scontro frontista: austerità (oggi diremmo sostenibilità, rigenerazione, riorganizzazione dei consumi, controllo delle fonti energetiche), compromesso storico (oggi diremmo patto di moderati e progressisti per rilanciare il Paese e combattere la crisi), unità popolare (oggi diremmo incontro delle forze sociali, culturali, dei cittadini, dei partiti che cercano una risposta democratica, non populista, non demagogica alla crisi), partito di lotta e di governo (oggi diremmo che andare al governo non vuol dire chiudersi in un bunker, perdendo ogni contatto vivo col paese reale, anzi). In fondo, l’Italia cerca da decenni una via d’uscita unitaria, un nuovo Patto contro l’insorgenza della crisi e per una svolta democratica. Una svolta che il berlusconismo e l’antipolitica hanno ostacolato, impedito, e che altri poteri oscuri hanno comunque nel tempo tenacemente contrastato. Se oggi prevalesse davvero l’interesse nazionale allo scontro fazioso potrebbe anche darsi che questa sia la volta buona. Senza Tafazzi, ovviamente.

Nella foto, sullo sfondo, sotto il piatto della batteria, un giovanissimo Veltroni assiste divertito alla performance di Benigni e Berlinguer


26 luglio 2011

I vizi privati

 

Ma davvero si “allarga a macchia d’olio una questione morale” nel PD, come scrive oggi Marcello Sorgi sulla Stampa? Possibile che si debba esagerare in questo modo la situazione, quando le vicende di cui si parla appaiono circoscritte a singoli episodi, per quanto molto rilevanti? Penati, tra l’altro, ha ricevuto un avviso di garanzia, non è un imputato, e ciò nonostante si è sospeso dalla vice presidenza del Consiglio Regionale e si è dimesso dagli incarichi di partito, rivendicando la propria totale estraneità ai fatti e chiedendo tempi brevi per le indagini. Tedesco, da parte sua, è stato ‘salvato’ con molta probabilità da un ‘congruo’ numero di voti del centrodestra: voti doppiamente interessati e anche ‘finalizzati’ politicamente ad aprire contraddizioni nello schieramento di centrosinistra. Dunque? Davvero la questione morale si allarga a macchia d’olio nel PD? E se invece di ricorrere a queste immagini retoriche e ai luoghi comuni, e se invece di addossare tutta la croce alla politica, si aprisse una bella discussione sul contributo della cosiddetta società civile e della classe dirigente in generale alla progressiva ‘immoralizzazione’ italiana? Forse si sarebbe più vicini alla realtà, e si opererebbe più efficacemente per mettere un freno alla scostumatezza e al sottogoverno tangentizio.

Se definiamo ‘questione morale’ l’occupazione ‘privata’, il dileggio ‘privato’, il danno dei privati in genere (non solo partiti) verso il bene pubblico (non solo inteso come Stato e istituzioni, ma il bene pubblico nella sua generalità e complessità, a partire dal fisco e poi l’ambiente e poi lo spazio pubblico, ecc.) forse la fotografia della società italiana contemporanea diverrebbe più fedele alla realtà. E si sa che la realtà è il punto di partenza di ogni iniziativa pubblica dotata di senso. Pensate: oggi alcuni evasori totali se la prendono con la politica, si schermiscono, si indignano, quasi fossero ‘angioletti’ autorizzati a formulare questo impegnativo giudizio. È un bel dire, non c’è di che!

Lo Stato, dovrebbe essere noto a tutti, si compone di ‘istituzioni più cittadini’, non solo nel senso che i cittadini hanno il diritto di rivendicare le buone pratiche dagli altri e la massima trasparenza della politica, ma anche nel senso che dovrebbero comportarsi responsabilmente verso il bene pubblico, seguendo le regole, garantendo i servizi pubblici col fisco, manifestando cura e interesse verso ciò che appartiene alla collettività. Questo secondo aspetto in Italia è molto trascurato, invece. E la litania verso la politica (che ha le sue colpe, si badi, anche molto gravi!) sembra più l’alibi di molti e una sorta di polverone, che un’effettiva, seria indignazione (di quelle che comportano anche una messa in discussione personale). Un po’ come puntare i proiettori il più possibile lontano dal proprio opportunismo e solidissimo interesse privato. Un po’ come proseguire nella tradizione italica dello spregio pubblico e del pessimo civismo. I partiti dovrebbero fare un passo indietro? D’accordo. Ma quanti passi dovrebbe finalmente fare in avanti la beneamata società civile? Moltissimi, ritengo. La politica è, in buona misura, lo specchio e la cifra della società che la esprime.

Nella foto, il punto interrogativo alla fine del titolo del Corsera è coperto da una mano.


23 febbraio 2011

Compromesso storico

 

Antonio Funiciello dirige Libertàeguale. Di più non so, ma sembra già sufficiente. La sua tesi odierna è che il PD “insegua” sempre qualcuno, con esiti non proprio efficaci. Ovviamente D’Alema è la sua bestia nera. Lo cita quattro volte nell’articolo di Europa, e ogni volta con un certo fastidio. Il ragionamento di Funiciello è questo: invece di inseguire, è meglio farsi inseguire. Non capisco quale sia la differenza, perché la logica è la stessa. Perché è proprio il termine “inseguimento” che non calza alla bisogna. La politica non è fatta di questo corrersi dietro, ma di una considerazione del contesto entro il quale si opera. Delle cose che ci stanno attorno. È ovvio che a Funiciello la parola “alleanze” fa un po’ schifo, che lui preferirebbe un uomo solo al comando, una politica “pura”, splendidi principi al posto dei grigi punti programmatici, una vittoria quattro a zero invece che un faticoso 3 a 2, la piena realizzazione della democrazia oggi, subito, anzi ieri, la libertà dispiegata, l’uguaglianza compiuta una volta per sempre, libertà eguale appunto, e infine la salvezza, la redenzione, il riscatto dei popoli nell’universale progresso. Ma la realtà non è così. Sveglia Funiciello.

Io partirei da un’altra considerazione, che è la solita e la più ovvia, ovvia al punto che quelli come Funiciello non la concepiscono affatto. Il PD è la chiave di ogni (OGNI!) possibile alternativa a Berlusconi: non deve inseguire, non serve che sia inseguito. Le “vocazioni maggioritarie”, a cui Funiciello forse pensa, non amano il contesto. Sono come le squadre di Zeman, che giocano sempre allo stesso modo sia che si tratti dell’Inter o del Rivisondoli. Con buoni risultati di gioco, spesso, ma scarsa efficacia. Io non parlerei mai in cinese a un abitante del Sudan, per dire. In realtà, il PD è una strada obbligata per tutti quelli che hanno a cuore l’alternativa politica al berlusconismo Che vogliono andare oltre questo ventennio amaro. La linea del “patto costituzionale” non è una cosa buttata lì, tanto per dire qualcosa o inseguire qualcuno. Una tattica. Il “patto costituzionale” serve al Paese, è la cornice entro cui ridisegnare una possibile Seconda Repubblica. Non si cambia l’Italia alla radice, alla base, nelle regole fondamentali, non si rilancia l’economia, senza il tempo dovuto e senza l’apporto di tutti: forze sociali, politiche, economiche, culturali.

D’altra parte, questo è il “mantra” che la sinistra ripete da sempre. CLN? Compromesso storico? Patto costituzionale? Chiamatelo come volete. Non cambia granché, in fondo. L’idea strategica è sempre la stessa: non serve occupare con un blitz la stanza dei bottoni, non basta lo spirito illuminista, né i grandi principi privi di una grande e convinta forza popolare, né un processo giudiziario, né alte grida indignate. Serve che ci sia la cornice giusta, salda, costituzionale, ossia regole efficaci e condivise: dentro questo rettangolo poi si potrà giocare la partita. Il radicalismo vero è tirare fuori l’intelligenza delle cose, affrontare con cognizione i problemi, studiare soluzioni. Aderire alle cose e utilizzare una lingua comprensibile a tutti. Il mondo non è di chi strilla di più, né di chi è più “puro”, né di un uomo solo al comando. Berlusconi in venti anni non ha esaudito nessuna promessa, eppure di forza personale ne ha avuta. E poi, anche se fosse, chi insegue perlomeno insegue la realtà. Chi si fa inseguire, non sa nemmeno se ci sia davvero qualcuno a corrergli dietro.


19 novembre 2010

Riformisti e rivoluzionari

 

Qual è il vantaggio di essere dei rivoluzionari? Semplice, tracciare una linea e guardare avanti, dimenticando le rovine prodotte, le compatibilità, i contesti, il vecchio andazzo. Un taglio netto, senza soverchi pentimenti. Certo, costruire sul nulla non è possibile, e prima o poi tocca fare i conti con i disastri che produce buttare giù cose con gusto quasi vandalico. Ma lo “strappo”, lì per lì, aiuta senz’altro chi vuol cambiare le cose. Per i riformisti non è così. Migliorare giorno per giorno è una fatica di Sisifo, studiare i problemi e trovare le soluzioni volta per volta è una sfacchinata, tenere tutto assieme è un’impresa disgraziata e improba. Sarà per questo che le riforme, quelle vere, non si fanno mai, mentre le rivoluzioni sembrano davvero più facili e periodiche.

C’è poi un punto insormontabile: la rivoluzione è telegenica. Ha un format più spendibile nella società dello spettacolo, nell’era dei media, in mezzo al popolo della Rete. Ha una sua epopea, i suoi eroi maledetti, i suoi colpi di scena, i duelli, le scazzottate, e poi le lotte intestine, la degenerazione del nuovo sistema, ecc. Resta nei cuori ben più di una rimessa in ordine dei conti pubblici (eccheppalle). Mentre i riformisti paiono gnometti alle prese con ingranaggi pesanti, difficili da rimettere in moto o da voltare nel verso giusto. Alla fine, quelli che ti sono intorno, dicono pure che sei noioso e fai solo teatrino. Vita grama, insomma. Ve lo immaginate, per fare un esempio, Che Guevara alle prese con la stesura e l’approvazione di un contratto di servizio del trasporto pubblico locale. Seduto a un tavolo con i sindacati di settore, l’assessore alla mobilità, un ingegnere del traffico che fa da consulente, il rappresentante degli utenti, quello dei fattorini, quello dei controllori, il comitato di quartiere della borgata Ndotetrovi che quando passa un bus formano un comitato d’accoglienza come per i piroscafi a New York! Roba da morire (ma di depressione, non per una fucilata dei soldati in Sudamerica).

Oggi alcuni opinion maker, interrogati dal Secolo, sostengono che il vero leader emerge da solo. Lo dicevano a proposito di Alemanno, che taluni candidano a delfino di Berlusconi. In tempi di tenue riformismo, di fortissime compatibilità nazionali e internazionali e, al massimo, di grande amministrazione (più che grande politica) un leader non è mai solo, e le sue spalle sono sempre “aggrondate” da una folla indicibile di uomini politici, tecnici e soggetti sociali. Anche il primo Berlusconi (quello apparentemente “rivoluzionario”, usando metafora defeliciana) sembrava libero di scattare a destra e a sinistra come il grillo del marchese. Poi è stato ghermito da un’infinità di politici, consulenti, sondaggisti, nani e ballerine (soprattutto ballerine) che lo hanno appesantito e ridotto a fare pochi saltelli qua e là, e pure senza costrutto effettivo, anzi.

Anche Bersani, da bravo riformista, talvolta appare costretto e soffocato (dal lavoro politico, dai problemi, dalla ricerca di soluzioni, di alleanze, di una via d’uscita dal casino in cui ci siamo cacciati). E invece dovrebbe scrollarsi di dosso un po’ di zavorra ed emergere di più. Stagliarsi! Non è questione di immagine, perché quella ce l’ha eccome: nei tre minuti di Fazio, un po’ emozionato ma di un’emozione visibilmente sincera (che paga, altro che) ha fatto il pieno di ascolti con un bel colpo d’ala di politica-politica. Non è questione di immagine, dunque, ma di “scatto”, di personalità, di emersione sostanziale del leader. Un leader politico, non mediatico. Un Berlinguer, non un Berlusconi (e nemmeno un Veltroni starei per dire, ma non lo dico). Uno che dà la linea, e la discute con autorevolezza e competenza, ma poi perviene a una decisione e la rappresenta coraggiosamente e convintamente. Questo pure manca oggi alla politica per essere politica: perché fare il bellimbusto in televisione e sul predellino è solo offrire la figura di un Capo a un format chiamato antipolitica. E invece di altro pane ha bisogno questo Paese affamato.

Nella foto, Che Guevara un po' stanco dopo la proposta (avanzata dal "comitato utenti" al tavolo sul trasporto pubblico locale) di abbonamenti differenziati per fasce d'età, censo, redditto ISEE, tifo calcistico, gusti musicali, colore dei capelli, malattie infantili, gusti di caramella preferiti.

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